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Google monetizzerà le auto autonome come sta già facendo col web

Google ha iniziato a lavorare sulle auto autonome nel 2009 e nel 2016 ha creato un’azienda indipendente chiamata Waymo. Ad oggi Google è anche la prima compagnia ad aver messo in strada mezzi con livello di autonomia 4 ed anche l’unica a dire di aver percorso 3,5 milioni di “chilometri autonomi” in strade pubbliche.

Nel mercato deila guida autonoma Google ha molti competitors come Bosch, Nvidia, Apple, Tesla e Navya che ha addirittura appena aperto gli ordini per il suo self-driving bus “Autonom Cab“. E’ bene ricordare anche che molti altri produttori di auto tradizionali come Ford, GM, Toyota, Honda e Daimler stanno lavorando sulle sulle auto autonome che sono viste come l’unico futuro possibile per il loro business. La gara per la guida autonoma quindi è molto accesa, ma per me Google la dominerà come sta dominando Internet, ma per capirlo meglio guardate prima cosa ha fatto Google per il web.

Come è possibile vedere Google ha creato un ecosistema basato su tecnologia, servizi, contenuti e advertising più o meno come sta facendo con la sua controllata Waymo. Waymo infatti ha creato una tecnologia proprietaria che teoricamente dovrebbe solamente guidare autonomamente per le strade come Gmail era stato creato solo per inviare messaggi, Google Search solo per indicizzare il web e YouTube solo per condividere video.

Waymo ha una tecnologia proprietaria che è una combinazione di hardware e software che oltre dirigere autonomamente un veicolo, sono sicuro che distribuirà pubblicità personalizzata e localizzata sia ai passeggeri che ai pedoni con l’installazione di monitor esterni. In un prossimo futuro Google venderà spazi pubblicitari aggregando dati dal nostro account Android, la nostra navigazione web e video, i nostri interessi, i nostri acquisti e infine i nostri spostamenti quotidiani e i posti in cui viviamo.

In questo articolo a proposito dei sensori installati sui veicoli autonomi, Waymo scrive:

“I dettagli che catturiamo con i nostri LIDAR è così alta che non rusciamo a rilevare solo i pedoni intorno a noi, ma possiamo anche sapere in quale direzione stanno guardando”

Questo significa che le auto di Waymo possono contare le visualizzazioni esattamente come AdWords, AdSense e Google Analytics fanno sul web.

Dal punto di vista degli inserzionisti questa nuova opportunità di definizione del target è incredibile, aprendo al più efficiente sistema in tempo reale di distribuzione degli annunci locali dell’era digitale. Ma questo non è abbastanza. La neutralità della piattaforma di Waymo, consentirà a Google di vendere la propria tecnologia di guida autonoma a qualsiasi azienda che produca veicoli di trasporto. Le aziende che acquisteranno la piattaforma potranno sia entrare in possesso di tutta la tecnologia, oppure potranno pagare solo una percentuale lasciando a Google la possibilità di usare i dati a scopi pubblicitari. Se l’idea non vi piace, sappiate che se avete almeno un telefono Android siete già nel sistema, troppo tardi!

Quello che potrebbe essere definito il modello di business digitale di Google darà a Waymo due fonti di guadagno molto solide che renderanno la sua tecnologia accessibile e virale come è successo con Android, AdSense, Adword, Analytics, Maps, Office Suites, Webmasters Tools, Wallet e si, anche YouTube.

L’integrazione di Waymo con gli altri servizi di Google sarà incredibile e renderà salire su un’auto autonoma facile quanto cercare un sito o fare lo zoom su una mappa. La questione della Privacy resta una questione centrale e dovrà sicuramente essere con maggiore serietà rispetto ad oggi, ma di questo se ne dovrà occupare soprattutto il futuro leader di mercato.

Mentre la tecnologia e la legislazione progredirà, io continuerò a scrivere e progettare. Se vi è piaciuto questo post condividetelo e tornate a leggere il mio sito.

How ​Google wants monetize self-driving cars like it already monetizes Internet

Google has started its self-driving project in 2009 and in 2016 it funded a completely new company called Waymo. Google today is one of the first company that put on the road level 4 autonomous vehicles and that says to have driven 3.5 million of autonomous kilometers in public roads.

In the autonomous vehicles arena there are many other interesting competitors like Bosch, Nvidia, Apple, Tesla and Navya that opened the orders for its Autonom Cab. We can’t even forget all the other traditional automakers like Ford, GM, Toyota, Honda and Daimler that are working on autonomous cars as the only future possible for their business. So, even if the competition is really high, for me Google will dominate self-driving market like it is dominating Internet but let me explain how starting from a schematisation of what Google did for the web.

As you can see Google created an ecosystem based on technologies, services, contents and advertising more or less​ in the same ​way it is​ doing with its mobility company WaymoWaymo indeed created its own technology that is supposed to be designed “just” to drive autonomously around the city like Gmail was designed just for sending emails, Google Search just for indexing the web and YouTube just for sharing videos.

Waymo has a proprietary combination of self-driving hardware and software that besides going alone around the city, I’m sure that will distribute personalized and localized advertising for passengers and pedestrians installing external displays. In the near future Google will sell targetized advertising aggregating data from our Android account, our web/video history, our interests, our purchases and lastly our daily commuting and the places we live!

In this article about its hardware, Waymo writes the following:

“The detail we capture with our custom LiDAR is so high that not only can we detect pedestrians all around us, but we can tell which direction they’re facing.”

This means that Waymo’s cars can count the “views” exactly like AdWords, AdSense and Google Analytics do on the web.
From the advertisers point of view this targeting option is absolutely incredible and it opens to the most effective and distributed local/real-time marketing​ of the digital era but is not enough. The neutrality of the Waymo’s platform means that all the traditional automakers will have the opportunity to deploy the bigG self-driving technology paying for the full package, or paying a fee and letting Google use their data and their space for advertising.  If this sounds disturbing, well, if you used at least one Google product Android included, you are already in the system!

What could be defined the Google’s Digital business model will give to Waymo two solid revenue sources that will make affordable and viral its technology like happened with Android, AdSense, Adword, Analytics, Maps, Office Suites, Webmasters Tools, Wallet and yes, even YouTube.

The Waymo’s integration with other Google services will be amazing and will make taking a ride as easy as searching for a website or zooming a map. Privacy will have to be taken really seriously but we all see in the future how the market winner will manage this issue.

In the meanwhile I’ll continue to read and design, so if you liked this post, share it and come back on my site.

La responsabilità educativa degli YouTuber e la nuova “Modalità con Restrizioni” di YouTube

Internet in tutte le sue varie forme è parte della mia vita da quasi 20 dei miei 35 anni. Lo uso, lo osservo e ci lavoro quotidianamente, approfondendo a volte cose molto lontane dai miei interessi e dalla mia fascia di età. Gli YouTubers per esempio sono uno dei fenomeni che osservo con particolare interesse perché suscitano in me una grande curiosità di tipo imprenditoriale, sociologico ed editoriale. Guardando con attenzione i loro video e soprattutto leggendo i commenti che ne seguono cerco infatti di capire come questi ragazzi siano in grado di fare impresa producendo contenuti video e interagendo abilimente con agenzie, follower e aziende.

YouTube contiene un universo di contenuti e una pluralità di personaggi quantificabile solo numericamente. L’influenza che alcuni video e i loro protagonisti hanno nella nostra quotidianità non è più una fissazione da markettari venditori di fumo. Le video recensioni, i tutorial, i vlog, le challenge, gli esperimenti sociali, le interviste di coppia e gli altri format video che quotidianamente affollano la piattaforma arrivano a un pubblico talmente ampio e recettivo da avere un oggettivo valore economico che gli YouTuber hanno imparato a monetizzare ed alimentare.

Ma chi sono gli YouTuber?

Domanda complessa e dalla risposta degna di un lungo approfondimento. Fino a qualche tempo fa avrei dato dello YouTuber solo al ragazzino che si riprende mentre gioca a un videogame o una ragazzina che spiega come truccarsi (perdonate la generalizzazione di gender). Oggi però, grazie al grande successo di alcuni personaggi che definirei TubeStar e alla disinformazione di articoli come Adolescenti, giocherelloni e ricchissimi: chi sono i Paperoni italiani di YouTube del Corriere, YouTube non è solo una fonte di notorietà, ma anche di guadagno.

L’influenza dei video sui ragazzi e le ragazze tra i 5 e i 16 anni è una cosa che conoscono benissimo sia i genitori che gli operatori del settore. Basti guardare agli eventi, ai libri, ai film e alle partecipazioni a programmi televisivi in cui le TubeStar ricoprono un ruolo sempre maggiore. Addirittura, come nel caso di Frank Matano o Diego Bianchi, si è passati meritatamente dagli scherzi telefonici di Frank e la cronaca del Grande Fratello di Zoro, alla conduzione (e creazione) di programmi televisivi come le Iene e Gazebo. Ecco, se loro oggi non sono più considerati YouTuber ma uomini di spettacolo, in un certo senso anche le TubeStar sono degli artisti.

Chi oggi lavora producendo e pubblicando video su YouTube infatti non è più un ragazzino/a che, senza vergogna, si registra mentre fa quello che gli piace, ma è un professionista delle nuove forme di intrattenimento con tutto ciò che ne deriva. Fare lo YouTuber professionista infatti significa pubblicare almeno due video al giorno, acquistare gli strumenti per le riprese e il montaggio, editare i video, intessere relazioni cone le agenzie e le aziende, creare il proprio network, gestire la fiscalità, leggere i commenti e cercare i contenuti di maggior rilievo. Insomma, sembra tutto facile ma non lo è, sia perché da un punto di vista tecnico ci sono delle difficoltà e delle abilità da acquisire, sia perché per riuscire ad avere delle entrate dignitose è necessario essere molto costanti. Insomma, facendo le dovute differenze rispetto allo spessore degli argomenti trattati, uno YouTuber non è molto differente da un giornalista. Entrambi infatti passano gran parte della giornata a ricercare informazioni, fare network e produrre contenuti.

Ovviamente un pezzo sulla riforma elettorale o sulla Brexit non ha lo stesso spessore del gameplay (ripresa del gioco in diretta) di Minecraft, ma diciamo che il compito informativo e d’intrattenimento rispetto al target di riferimento è abbastanza simile. Anche YouTube si è reso conto del valore degli autori che popolano la sua piattaforma che infatti definisce Creator e ai quali dedica molte risorse. Dopotutto ricordiamoci che i soldi che arrivano agli YouTuber sono solo una piccola parte di quelli incassati dalla pubblicità presentata durante i video, ma che in gran parte vengono utilizzati per l’onerosissima gestione del sito che solo un gigante come Google riesce ad offrire gratuitamente.

Fatta quindi questa premessa, veniamo a ciò che dopo mesi di osservazioni mi ha spinto a scrivere questo articolo, e cioé la nuova policy di YouTube chiamata “Modalità con restrizioni”. Sul Blog ufficiale trovate il post originale, ma in estrema sintesi quello che Google ha intenzione di di fare è creare una versione pulita della piattaforma nascondendo la visione dei video contenenti linguaggio non appropriato, scene di violenza e video in cui argomenti delicati come sesso, droga e alcol vengono trattati con leggerezza. La creazione di questa modalità sta portando abbastanza scompiglio tra gli YouTuber professionisti che, ovviamente, rischiando di veder diminuire le visualizzazioni, diminuiranno giocoforza sia le entrate pubblicitarie che gli accordi di sponsorizzazione.

Nei video del famoso FaviJ e dei due brillanti Quei Due sul Server da cui ho preso spunto per questo articolo, alla piattaforma viene contestata una forma di censura, l’incapacità tecnica di rilevare correttamente parole e contenuti, oltre che ovviamente la potenziale diminuzione degli introiti. La “Modalità con Restrizioni” di Google però non è però solo un modo per censurare le parolacce o le scene di violenza dei videogiochi. Quello che Google sta cercando di mettere in atto è il passaggio da una piattaforma di diffusione incontrollata di contenuti generati dagli utenti, ad una di Broadcasting come la Rai, Mediaset o Sky. Gli YouTuber sono artisti e professionisti pagati in parte dal sistema di raccolta pubblicitaria di Google che oltre agli spot gli rende disponibile gratuitamente anche la tecnologia per la diffusione su larghissima scala.

L’intrattenimento creato da questi YouTuber è però spesso infarcito da un linguaggio e da allusioni poco educative e molto dozzinali. E con questo non voglio dire che la parola cazzo debba essere censurata o che si debbano fare solo video fiabe per bambini ma, cari YouTuber, voi sapete di essere degli esempi per i ragazzini come per voi erano Holly e Benji, Ken il Guerriero o i Power Rangers (mi riferisco al linguaggio, non ai contenuti violenti)? Conoscete il vostro pubblico di riferimento perché lo incontrate agli eventi, ma forse non sapete che poi tornati a casa questi ragazzi adottano esattamente il vostro stesso linguaggio e sapete come me ne sono accorto? Tutti i lunedì prima di Capoeira ci sono i ragazzini di Parkour che hanno esattamente l’età del vostro pubblico medio. Li sento parlare negli spogliatoi e non fanno altro che dirsi “figlio di troia”, “muori bastardo”, “fattela mettere nel culo” e infine “è stato epico”. Dopo aver visto molti dei video di gaming più diffusi, non posso non trovare una profonda somiglianza linguistica e, da genitore, se sapessi che mio figlio consuma contenuti simili per poi imitarne il linguaggio, non esiterei a vietarglieli senza la minima remora e senza preoccuparmi di approfondire.

Quello dell’educazione dei minori è un campo minato in cui, i censurati urlano al bigottismo, mentre i censuratori si ergono a giudici della verità; pochi però riescono a ricordare i tempi della propria infanzia adattandoli ai moderni strumenti di comunicazione. Per me la “Modalità con Restrizioni” non è un modo per evitare di far sentire le parolacce o le allusioni ai ragazzini, ma è una strategia per filtrare la violenza gratuita di alcuni canali e per riconoscere la responsabilità educativa che i nuovi produttori di contenuti hanno acquisito sostituendo quello che faceva fino a 20 anni la televisione per ragazzi. Quello che Google sta cercando di moderare non è quindi uno spogliatoio di ragazzini disordinati e puzzolenti, ma un mass media frammentato e asincrono come YouTube che ormai sui giovani ha molta più presa della TV, del circolo amicale e a volte della famiglia stessa. Questo passo in avanti renderà i contenuti più fruibili e, passatemi il termine, anche più monetizzabili dal momento che il successo di un certo tipo di intrattenimento su un determinato target di pubblico è sempre gestito dai genitori che possono in qualsiasi momento impedire l’accesso a internet e azzerare le spese in videogame, giocattoli etc.

Da professionista del settore digitale, da ex videogiocatore, da amante della tecnologia, da laureato in Filosofia e da aspirante genitore quindi non posso che accogliere con piacere la “Modalità con Restrizioni” perché porterà sicuramente a una riflessione da parte dei produttori, anche se una maggiore conoscenza anche da parte dei genitori non sarebbe male. I maggiori problemi con Internet sono infatti causati dall’ignoranza dei genitori che abbandonano i figli davanti a un pc senza dargli un riferimento valoriale che gli consenta di distinguere il bene dal male e gli esempi da seguire rispetto all’intrattenimento fine a se stesso.

Di seguito i video di FaviJ e Quei Due sul Server che spiegano le loro motivazioni. Il primo scivola in una critica di pancia poco costruttiva, mentre i secondi argomentano abbastanza bene, ma entrambi sorvolano sul ruolo educativo e sulla questione legale per cui pubblicando su YouTube devono sottostare alle sue policy. Lo scandalo della censura infatti può essere aggirato da chiunque con l’apertura di un proprio sito con tutte le difficoltà tecniche e i costi connessi, ma fintanto che si sfruttano servizi gratuiti bisogna sottostare alle alle aziende che li erogano. That’s business!

“Featured contents” function design for instant messaging apps

Recently I studied IM Bots, but unfortunately every time that I experienced them on a Facebook Messenger I felt unsatisfied. Bots and AI are for sure the personal assistants of the future, but we must wait for their evolution and for our language adaptation (read my posts about Bots: Chatbots are contents, not conversations and Facebook Messenger’s Bots are direct, customizable and automated communication channels, not personal assistants).

Intead of Bots, in these months I used many times a lot of Chat Customer Services on some companies web sites and on Messenger. As all the studies say, communicating with a company through our favourite instant messaging app is smarter than downloading any branded app or using the old-fashioned email. My experience was great and these companies increased loyalty and my admiration.

Using Whatsapp, Messenger, Telgram or WeChat for companies is a great challenge for many technical and communicational factors:

  • Technical, because CRMs should access to IM platforms for identifying users and managing the requests trafic.
  • Communicational, because some contents should be always and easily available for customers instead of lose in the chat’s flow.

As a Product Manager I focused on the second problem and, starting from a Whatsapp-like layout, I designed the “Featured contents” function. The scope of this function is to enrich the discussion between the customer and the company saving the requested contents in a reserved area of the app.
Watch the “Featured contents” gif animation for understanding how it function in the direct relationship between a Hotel and its customer.

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Self-driving bus service models and passengers User Experience

In the last months automotive world is talking a lot about autonomous and self-driving vehicles both for private and public transportation. During my day researches one day I found the exciting call for collaboration for Olli, the self-driving vehicle produced by Local Motors.

Designing the autonomous bus user experience is a complex task: for first because self-driving buses will serve the traditional public transportation diversified and multi-age target; second because without the driver and, in some cases, without a fixed route, passengers will have some new functional and informational needs.

The first part of my project started with a Service Design session focused on what kind of transportation services a self-driving bus can serve.

Personal on-demand shuttle

It’s like a Taxi/Uber, but less exclusive and more spacious. It brings one or more people from A to B. It can be reserved days in advance and can make various stops during a single dedicated service. The served area is restricted.

Shared on-demand shuttle

It’s like public transport service except for the fact that passengers can add a personalized stop to the route within the bus pertaining area. The route is dynamically optimized depending on users destinations and pick-up calls. The high level of complexity makes this service ideal for closed areas like small districts, big companies, entertainment parks etc.

Public Transport

It’s exactly the same public transport service as we know it.

Delivery service 

It’s like sending objects using a shipping company, but instead of giving the package to a human, users will schedule the shipment using an app or a dedicated device in the bus, and then they store the package in a secured housing inside the vehicle. The recipient will track the shipment in real-time and will be alerted when the bus is at the delivery point (or in front of his door). This service can be added to the “Shared on-demand shuttle” one, or it can be configured as an automated delivery service with customized buses and dedicated physical hubs.
This delivery service model is useful for companies that need to transport small parts within a relatively big space, or in modern cities creating a sort of fully automated shipping/delivery hubs for connecting wholesale shops and retails stores.

After this first Service Design session, I started a User Centered Analysis focused on the self-driving bus passengers needs. For designing a real accessible service, I defined only “analogue” needs excluding all the information/functions that a smartphone app could have. What you read is what my grandmother or a manager with a dead smartphone could need for using an autonomous bus.

What self-driving bus passengers need outside the bus

– Passengers need a purchase and reservation system that should be both digital (app), physical (street’s stops signs) and gestural (raising the hand for asking to catch the bus).
Here some examples of a simple bus stop sing with a call button (left) and an advanced stop sign with an integrated ticket machine and a digital screen (right).

SelfDriving_Bus_Stops_TicketsMachines_AntonioPatti

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Chatbots are contents, not conversations

After my first post about Facebook Messenger Bots, I continued my research because I understand the importance of Chatbots and Instant Messaging apps. Following a transcription of the presentation that I published on Slideshare.

The assumptions from where I started my reasearch are:

  • Users don’t want conversations. Users want pertinent and timely contents within the app that they use most.
  • Chatbots have the reason to exist because users don’t like to download lot of apps and because mobile sites are slow or difficult to navigate.
  • Chatbots are a communication channel with an interaction pattern in a sort of way similar to the natural language. They aren’t virtual sales agents.
  • Chatbots have the difficult mission to bring together contents and services within messaging apps.
  • The best chatbots performances aren’t based on conversations. Interacting with them requires new functions and a standardized command language.

So I can say that Chatbots are an important technology because:

  • they represent a way for engaging users within their favorite apps
  • they can replace apps and websites for simple and recurrent tasks
  • they are the only direct marketing channel comparable with the email
  • they revolutionize the smartphone’s push communication marketing
  • they are the entrance point for advanced data building programs
  • users interest in downloading branded apps is decreasing
  • mobile navigation sometimes is frustrating
  • users are accustomed in making Google searches in a conversational way

But this importance bring with it some threats:

  • chatbots can’t really understand natural language
  • chatbots can’t replace the all the other apps functions
  • chatbots could decrease the users curiosity and research capacity
  • chatbots will struggle for visibility
  • chatbots can’t wrong a lot of answers and they can’t ask too much questions
  • chatbots must care a lot about language, style, frequency and relevancy of their push contents
  • chatbots aren’t a branded channel

Chatbots are the future of Customer Relationship Management (CRM) and Direct Marketing for the following reasons:

  • because they deliver profiled offers and contents, receiving immediate feedbacks
  • because they are an effective support for the human-based customer care
  • because they will build accurate customers profiles analyzing the interactions and asking for information, ratings etc

Thinking about all these incredible opportunities, I examined the standard instant messaging apps user experience and I realized that Chatbots should have a dedicated set of functions that designed as following.

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At this point I tried to go practical matching my Chatbots functions and experience with some generalistic companies.

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Facebook Messenger’s Bots are direct, customizable and automated communication channels, not personal assistants

Reading on the web the new Facebook Messenger’s Bots reviews I confirmed my idea: human language is still too complex to understand by any kind of Artificial Intelligence (AI). Read “I Tried Shopping on Facebook Messenger. It Didn’t Go Well” by Lukas Thoms and “Facebook’s grand plan to simplify your life is off to a rough start” by Alex Heath.

So please, stop dreaming about a J.A.R.V.I.S.-like Bot. AI will never be like a personal assistant that knows everything about you, that understands the environment, your feelings and your needs. AI assistant will be for ever a digital system that gives complex and nice outputs just because someone coded all kind of linguistic inputs that a human can produce; this kind of assistant will never really understand what’s happening. The most advanced AI possible is the one that has the biggest relational and semantic database tested (manually!) by real operators (read “The Humans Hiding Behind the Chatbots” by Ellen Huet).

Natural language isn’t the key

Machines that understand some plain language commands and that can anticipate some users needs are possible, but computers that are able to understand all kind of phrases that a human pronounces, sorry, but aren’t near to come.

Like everybody us today can understand icons on expensive glass-plates called smartphone, in the same way we must create a simplified language for communicating and using Bots.

For me nobody wants to lose his time talking with a Bot even if companies would love the idea that millions of virtual and assertive sales people talk 24h/7 with customers. Instead, the most amazing feature of the Bots AI isn’t their humanity, but the fact that users can treat them without any courtesy, that they will memorize users tastes and credentials, that they will anticipate users needs thanks to some “natural language” commands and some Facebook profile analysis. 

All this doesn’t mean that companies shouldn’t care about language per se, but that they should drive users to use a simplified language for the following reasons:

  • a simple language is easier to explain in a sort of tutorial during the first chats
  • a simple language is faster and more efficient than the natural one. If the number of taps for receiving an information on a chat is a way more than searching it on a website, the chatbot is going to fail
  • creating a sort of standard simplified language for all the Bots will ease exponentially their usage.

The users fruition model will be like the one that today drives sites like Yahoo Answers, Quora or the common FAQs pages where contents are organized and required using the “How to…” and “What is…” format.

Conclusion

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In-ear headphones touch gestures concept

During the last years I developed a strange professional syndrome.
Everytime I use an object I analyze usability and functions trying to learn or imaging improvements. Today the interaction between humans and machines is powered by all kind of sensors that can interpret imput like natural voice commands, objects movements, touch and hand free, etc.

Today I want to introduce you my concept for an in-ear headphones touch gestures. As you can see in the following gifs, I imagined to turn the headphones cables in a control device dedicated to the four most common commands used during the music listening: volume up, volume down, next song and last song.

For designing the in-ear headphones touch gestures I was inspired by the “traditional” touch pattern gestures and by the emerging smart clothing technology. I admit even that sometimes during my trainings or in a crowded metro I’d appreciated these gestures because I didn’t have how to switch that shitty song that everyone have on its library.

Following the in ear headphones touch gestures concept.

Volume up: thumb + index finger down on the right cable
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The inspiring “Driving Paradox”

I work in Digital Communication and I’ve worked on the functional & user experience design of websites, mobile applications, advergames, digital signage systems and info kiosks.

I love cars and motorcycles since when I was a child. I remember very well the “procedure” that my parents had to apply first to start our old Fiat 500, the incredible internal design of the Renault 4 of my neighbour and the unintelligible fashion of the Motobecane Mobyx parked in my garage.

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I think that cars and motorcycles are the most impressive demonstration of the humankind power of imagination and adaptation. Imagination because who put together the technology necessary for an “autonomous run” of a 4/2 wheels object for me was an artists, not an engineer. Adaptation because driving a car or a motorcycle is one of the most complex mixture of unnatural gestures that we have on the earth.

That’s the point. That’s the Driving Paradox.

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Google’s project Soli – An Android feature and an industrial machineries innovation

Soli is a Google’s Project that enable users to interact with digital devices without touching them. Nothing really new, except for the hardware technology that concentrates everything in one small “piece of sand” on the electronic device board.

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Using the same “approach” that is already used by dolphins, whales and bats, the Google researchers created a single chip that can identify and translate simple gestures in effective commands even through other materials.

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